Tre testimonianze di Olgiatini al tempo del Coronavirus

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Olgiata Nostra augura a tutti i suoi lettori una Buona Pasqua e pubblica alcune testimonianze di residenti di oggi o del recente passato nel nostro comprensorio, in particolare di Paola Villa, ex consigliere del Consorzio, di Oscar Bartoli, giornalista residente all’Olgiata per tanti anni trasferitosi poi a Washington e del direttore di questo blog che  abita tra Lisbona e l’Olgiata. Altre testimonianze di abitanti dell’Olgiata sono in arrivo e tutti i nostri lettori sono invitati a raccontare come è cambiata la loro vita con il Coronavirus. Dare la propria testimonianza in questo momento storico, oltre che a dimostrare il nostro senso di comunità, è un modo per esprimere solidarietà. E’ anche un’occasione per ringraziare tutti gli Olgiatini che lavorano nella sanità o in altri servizi importanti per la sopravvivenza di tutti.

PAOLA VILLA : “Sono una privilegiata”

Restare a casa per il Corona Virus. La prima parola che mi salta alla mente è: privilegiata. Privilegiata perché ho la fortuna di vivere in questo posto magnifico, circondata dal verde, prati, alberi con il sottofondo sonoro del cinguettio degli uccelli. 

Restate a casa. Diciamocelo pure: che casa !!!!

A casa in un posto bellissimo che mi appare ancora più bello di prima, mentre percorro qualche kilometro ogni giorno, osservo questa natura, incrocio altri consorziati che ti salutano, e ho la fortuna anche di imbattermi in amici che, come me, cercano di resistere a questo forzato isolamento camminando – nelle pause dallo smart working –  e che condividono con gioia il ritrovarsi anche ad 1, 2 metri di distanza…sì che bello vedersi in faccia anche se a distanza di qualche metro !!! Che bello raccontarsi a voce e non solo con le email !

Amici che ti sorridono e ti ricordano che il buono dell’Olgiata è anche essere una comunità che ha delle responsabilità verso ciò che ci circonda e che qualifica il nostro comprensorio. 

E allora ti convinci ancor più di prima quanto meriti attenzione questo nostro patrimonio verde e come è importante far sì che il Comune di Roma accolga le nostre richieste di mantenimento dello status quo, attraverso una forma (accordo, concessione, ecc) che ne riconosca i diritti ad oggi maturati.

Amici che ti dicono che, nonostante il lock down, nonostante le file al supermercato, nonostante la fifa…hanno riscoperto il significato della solidarietà (se non altro perché la sig.ra MerKel ce lo fa comprendere molto bene), ovvero il bisogno di impegno etico-sociale a favore di altri. Non la sola comprensione, ma uno sforzo gratuito e attivo teso ad andare incontro ai disagi di qualcuno che abbia bisogno di aiuto. C’è anche del buono, allora, che vien fuori da questa situazione.

Come posso descrivere quindi questa esperienza ? Qualche disagio..sì, ma anche una riscoperta !

OSCAR BARTOLI : Storia di una fuga in Messico

Quando si e’ in la’ con gli anni le difese immunitarie virano verso zero e la considerazione di figli,  parenti e amici piu’ giovani si basa sul tradizionale: “Non fare troppa pressione perche’ sta rincoglionendo”.
E’ quello che succede al vostro redattore pressato dall’amore del figlio Max, residente a Veracruz, Mexico.

“Non puoi continuare a stare a Washington mentre l’America sta per esplodere a livello planetario per il corona virus. Devi venire qui a fare la quarantena. Ho affittato un piccolo appartamento con due camere da letto allo stesso piano del mio, cosi’ posso controllarvi e voi comunque avete la vostra vita privata. Dovete portare anche Artu e Theo , i due gatti di famiglia”.

Inizia un percorso molto articolato. Trovare un veterinario che faccia dei certificati per i gatti da presentare al custom messicano, prenotare i voli visto che hanno cancellato quello da Houston per Veracruz.

A questo punto come si raggiunge la citta’ portuale piu’ impotante del Centro America?

Max trova un volo Delta dal Reagan Airport, lo scalo interno della capitale federale. Sosta a Detroit. Poi Detroit Mexico City che e’ come dirla. E da Mexico City mio figlio ritiene che sia piu’ facile venire a prenderci con un van con tanto di autista.

Prenotazione in prima classe per potere portare sino a 140 libbre in due senza pagare sovrapprezzo bagagli.

La mia Sposa ha programmato una permanenza molto prolungata a causa del virus e poi perche’ e’ bene stare col figlio e non soli come disperati (almeno secondo l’opinione di Max) in quella grande casa a Washington fatta di ben quattro piani.

Il volo per Detroit parte alle sei e bisogna prenotare un Uber.

Non consentono di fare la prenotazione, specialmente di questi tempi ed alle 3:30 del mattino. Figurarsi.

Non dormo la notte al pensiero di prenotare Uber di prima mattina. E se l’application (che non uso quasi mai) non dovesse funzionare?

La notte prima della partenza ci corichiamo per qualche ora. Metto la sveglia del telefonino alle 2:50.

“Oscar, svegliati sono le 3 passate…” mi sussurra Franca.

Mi sveglio da un sonno profondo in piena crisi psicomotoria. Mi sciacquo la faccia, mi infilo nei pantaloni e maglietta preparati la sera prima e mi fiondo affannato nello studio per chiamare Uber.

La stramaledetta application informa ripetutamente che si e’ verificato un errore e che la prenotazione non avra’ luogo.

Sono in pieno panico, anche il Supershuttle (servizio di pulmino door-to-door)non funziona (forse un guasto nella rete), sono disperato.

E mi faccio anche schifo, perche’ essendo uno pieno di se’ e convinto di risolvere ogni problema, mi trovo impreparato a trovare un taxi per l’aeroporto. Questo succede a chi viaggia sempre con la propria auto  e non usa i mezzi pubblici.

Il leader stagionato viene salvato dal pragmatismo di Franca che chiama in Mexico il figlio Max il quale si mette in contatto con Uber da Veracruz e ci comunica che un mezzo comfort, ovvero grande, arrivera’ in otto minuti.

Inizia la corsa frenetica del sottoscritto per portare fuori casa due immense valigie, due carry-on piu’ piccoli, i due gatti infilati a prezzo di graffiate sanguinolente nei kennel acquistati al modico prezzo di 180 dollari, ovviamente made in China.

Arriviamo alle 4 all’aeroporto cittadino ed attendiamo che le hostess di terra della Delta terminino di ridacchiare a venti centimetri di faccia contro faccia.

Nessun dipendente Delta e United porta la maschera. Solo Franca ed il sottoscritto ed anche i guanti.

“Dovete pagare il passaggio dei gatti” dice la supervisor. “Certamente” rispondiamo e sussultiamo alla richiesta di 400 dollari. Vabbeh, l’importante e’ partire e arrivare.

“Ma non potete portare i gatti in prima classe dove sono autorizzati solo tre animali al seguito e gia’ c’e’ un cane. Quindi con i gatti fanno tre. Vi spostiamo in economy..”

Sapendo che ci saranno in tutto 15 viaggiatori la richiesta viene accolta. Che altro avremmo dovuto fare?

Anziche’ rimborsarci la differenza dei biglietti tra prima classe e coach ci comunicano che ci sara’ fatto un credito sul nostro account.

Nel frattempo il volo per Detroit e’ stato cambiato su Atlanta ed e’ anche meglio perche’ abbiamo un paio di ore di connessione.

Alla security sosta di mezz’ora perche’ un’agente deve controllare Franca, pezzo per pezzo. La tocca, la liscia, la rivolta.

Tutti sanno che Franca e’ un donna di ferro ma evidentemente in aeroporto non funziona.

Molto bello lo Airbus 320 appena entrato in servizio.

Arrivati ad Atlanta chiedo il servizio wheelchairs perche’ non ce la facciamo a trascinare i gatti e i bagagli a mano. Anche se Franca storce il naso perche’ andare in giro sulla sedia a rotelle la mette in depressione.

Arrivano le due sedie e caricati dei bagagli a mano e dei kennel coi gatti siamo spinti in un lunghissimo percorso all’interno di questo enorne aeroporto di Atlanta dove dobbiamo raggiuingere in treno lo scalo F, quello dei voli internazionali.

Veniamo messi in prima fila al gate per l’imbarco insieme ad altri undici disabili veri di evidente origine messicana.

All’arrivo a Mexico City (50 paseggeri su capienza di 160 posti) ripetiamo l’esperienza della sedia a rotelle gia’ prenotata.

La ragazzina che mi spinge fatica molto nel primo tratto in salita e il compagno l’aiuta. Poverina non e’ facile con i miei 84 chili, il gatto in valigia, lo zaino strapieno di laptop e Ipad, fili, mouse, etc.

Dopo il controllo passaporti, che qui a Mexico City e’ fatto in varie isole per rendere meno burocratico l’incontro con la realta’ messicana, ci fermiamo all’ufficio per l’immigrazione animali.

Dovete sapere che prima di partire un veterinario mi aveva informato che dal gennaio scorso il Mexico non richiedeva i certificati per i piccoli animali che accompagnano i viaggiatori in ingresso in quel paese.

Fidarsi e’ bene, ma non fidarsi e’ meglio.

Infatti mi richiedono i certificati gia’ preparati a Washington senza i quali avremmo avuto un sacco di problemi.

I due giovani che ci spingono portano le nostre sedie a rotelle all’ingresso dell’aeroporto dove ci viene incontro Max appena arrivato col van e autista. Si meritano una lauta mancia in dollari e pesos.

Cinque ore di viaggio sulla splendida autostrada a tre corsie e raggiungiamo Veracruz ed il nuovo appartamento dove trascorreremo la quarantena che sara’ interrotta dal test che ci faremo nei prossimi giorni a caro prezzo.

Max prepara una fantastica pasta al pesto che ci consola dato che in aereo ci hanno dato solo dei pretzel e acqua.

I gatti sono shoccati dal lungo viaggio e dalla visione di questo oceano che fa per loro un rumore strano.

Ed anche questo e’…Mexico.

ENRICO MORELLI : Vivere più a lungo con la scienza e la religione

Il sacrificio maggiore della pandemia Covid 19 è stato per me, oltre alla preoccupazione di avere continue notizie di un figlio con la sua famiglia a Milano e una figlia con la sua famiglia a Roma, l’obbligo di restare a casa, ricordato ogni momento quando accendo  la tv portoghese:“ Figue em casa!”(Resta a casa). 

Le consuete passeggiate lungo il Tejo o il centro di Lisbona sono così presto diventate un lontano ricordo. Anche le escursioni con picnic fatte a febbraio con mia moglie e con amici, con la temperatura che qualche giorno ha sfiorato i 26 gradi, lungo le spiagge dell’Atlantico da Santo Amaro a Cascais, mi sono sembrate l’ultimo ricordo di una vita serena che non credo tornerà tanto presto. 

Ora dalla mia casa al centro di Lisbona nel quartiere Graca vedo passare il tram 28, l’électrico, come lo chiamano qui, quasi sempre vuoto, ed esco con mia moglie una volta al giorno per meno di mezz’ora, giusto per comprare il giornale e il pane. Abbiamo infatti  pensato di fare la spesa più importante una volta a settimana andando al supermercato vicino casa solo di domenica, all’apertura, per incontrare meno gente. 

Il lock down portoghese è simile a quello italiano, le scuole sono chiuse come anche i ristoranti e i cinema, ma l’edilizia per esempio non si è fermata. I bar sono semi chiusi: vendono il caffè e il pasteis de nata all’ingresso, e gli avventori rispettano la distanza di 2 metri l’uno dall’altro. 

Ho continuato a lavorare tutti i giorni, ma solo al mattino come di consueto, per la rivista Ville&Casali che ho fondato 31 anni fa e che è diretta ora da mio figlio. Mi è rimasto così a disposizione  molto tempo che ho dedicato all’apprendimento della lingua portoghese, soprattutto ascoltando la radio, la tv e leggendo qualche quotidiano. Ho visto per l’ennesima volta molti sceneggiati tv  come quelli del Commissario Montalbano con sottotitoli portoghesi  e ho finito di leggere un libro, in portoghese, di 550 pagine che da mesi tenevo sul comodino: Origem di Dan Brown. Una storia affascinante, un vero thriller, che cerca di rispondere a due domande fondamentali: “Da dove veniamo?” e “Dove andiamo?”.  Ambientato a Bilbao, Barcellona e Madrid, città che ho avuto modo di visitare da quando risiedo in Portogallo, il libro si snoda in 105 capitoli. Un romanzo che si pone il problema dell’esistenza di Dio e della religione: un tema che oggi, di fronte all’epidemia, irrompe sull’umanità non meno del virus. Non voglio rivelare al lettore di questa mia breve nota il finale del libro dell’autore del Codice da Vinci ma, come sa invece chi lo ha letto, la religione insieme alla scienza possono aiutare a vivere meglio, anzi più a lungo.