Olgiata ieri oggi e domani, l’articolo di Fontanesi censurato dalla Quercia

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Augusto Casagni, Alessio Fontanesi e Maurizio Foschi avevano scritto per il numero di maggio del periodico La Quercia, organo di stampa della Pro Olgiata tre articoli giudicati  ” non innocenti”, troppo lunghi e con qualche passo “da querela”, inducendo gli autori a ritirare la richiesta di pubblicazioneOlgiata Nostra è lieta di pubblicarle integralmente l’articolo di Alessio Fontanesi, dopo aver ospitato quello di Casagni e Foschi.

Può essere suggestivo immaginare un pomeriggio dell’autunno 1417, a Firenze, nello spartano palazzo dell’Opera del Duomo. I capi degli Operaisono riuniti e la tensione monta: sono quasi cento anni che quell’enorme buco, proprio al centro della crociera, reclama di essere coronato. Dal 1414 lo hanno pure alzato, per rinforzarlo! “E intanto l’Albizzi e la sua oligarchia non ci danno tregua: la Repubblica esige che il problema sia finalmente risolto. Come fare? Come costruire, a partire ormai da 93 braccia dal suolo, una mostruosa cupola larga 74 braccia? Al mondo non esiste nulla di simile… tranne forse quel Pantheon romano. Ma quello, si sa, fu opera del Demonio!

Quasi 550 anni dopo, nella modernissima sede in piazzale dell’Agricoltura, a Roma, tecnici della SGI, la Generale Immobiliare, si scrutano stanchi. Poi lo sguardo spazia sul verde della Cristoforo Colombo in direzione Roma: ricorda il paesaggio della Tenuta dell’Olgiata, sulla Cassia, l’oggetto del loro lavoro da molti anni. Ma le terre di Clarice della Gherardesca sono più belle, mosse, ricche di querce e rii. Impreziosite da un’azienda agricola modello, che dal 1930 ha restaurato l’antico Casale dei Chigi e costruito il Centro Santa Maria, la Vaccheria, l’Ovile, il Semibrado, che hanno visto crescere i purosangue della RDO, la Razza Dormello Olgiata. Come far convivere questa leggenda, questo appeal commerciale, con le pretese di profittabilità dei capi? Come far stare insieme fascino antico e cubature?

Altri 50 e più anni dopo, nel 2019: la Convenzione Olgiataè ormai il passato, il comprensorio è in esercizio e molte delle sue strade stanno per tornare nella disponibilità di Roma Capitale. Gli uffici del Dipartimento Pianificazione e Attuazione Urbanistica, il PAU, hanno spedito tre raccomandate, nelle quali ribadiscono, tra l’altro “l’obbligo a carico dei soggetti convenzionati di realizzare e cedere all’Amministrazione le opere di urbanizzazione primaria e secondaria elencate nell’art. 3”. Ma in questo caso non ci sono Mastri d’Opera Murariache discutono, o esperti urbanisti alle prese con un progetto di lottizzazione. Ci sono solo un paio di persone, chiuse negli uffici del Consorzio Olgiata e animate da tante certezze. Di essere nel giusto e frenati da una livorosa opposizione che “non li lascia lavorare”, di aver adottato con Roma Capitale una strategia vincente, volta ad “attendere al varco” il Comune senza fare alcuna proposta. E di aver solo bisogno di gente fidata accanto, anziché di visioni alternative in una battaglia così complessa. La vittoria non potrà che arridergli!

Tutte le tre ambientazioni sono ovviamente di fantasia. Non lo sono gli esiti.

L’Opera del Duomo capì di non essere in grado di finire l’edificio di Arnolfo di Cambio: indisse un concorso, che fu vinto ex aequoda Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi. Quest’ultimo aveva un’idea rivoluzionaria e riuscì con genio tenace a realizzarla. Innalzando una sfera dorata a 117 metri da terra e scolpendo per sempre il magnifico profilo di Firenze, tracciò un solco formidabile nella storia dell’architettura dell’Occidente. 

Più prosaicamente, la dirigenza dell’Immobiliare decise – sul finire degli anni Sessanta – di recepire le accorate indicazioni del marito della marchesa Clarice, Mario Incisa della Rocchetta, che non si rassegnava ad un’eccessiva densificazione del futuro comprensorio: il risultato fu un armonioso progetto urbanistico, in cui le dolci anse delle nuove strade alternavano la vista su condomini, ville e spazi aperti. Era nata l’Olgiata.

Parimenti, per noi residenti di oggi, occorre sperare che il terzo scenario non corrisponda alla realtà. 

Che qualcuno, nel Consorzio di oggi, non ritenga di portare a casa da solo e in pochi mesi un lavoro neppure impostato in ben sei anni. Che il C.d.a. non si riconosca in puerili comunicati con cui si liquida il dissenso come frutto di “invidia” (di cosa?) o “voce di esclusi” (da cosa?). Che i consiglieri non credano veramente che un cordiale incontro con l’Assessore all’Urbanistica si tramuti de factonella firma interdipartimentale di una manciata di dirigenti, con cui Roma Capitale dovrebbe riservare ad uso privato un bene pubblico di decine di ettari. Quanti ricordano le belle parole dei sindaci Rutelli e Veltroni, le tante “aperture” ed i tanti “incontri costruttivi” con consiglieri comunali e politici municipali? Mai, guarda caso, impegni formali dei dirigenti comunali: quelli che restano, quando i politici passano.

Ai più di noi non è ad oggi dato sapere se ci sia – ed in caso a che grado di definizione – una bozza di accordo tra Consorzio e Comune. Il primo afferma infatti di “non aver alcunché da comunicare”, al di là del grazioso incontro di cui sopra.

Ove si fosse giunti ad un documento condiviso, ci sarebbe da esserne molto lieti. Un plauso sarebbe doveroso, verso l’attuale C.d.a. del Consorzio, nell’attesa che lo stesso volesse dettagliarne i contenuti.

Ove ciò non fosse, invece, sarebbe opportuno evitare facili ottimismi. 

L’accordo che si cerca è inedito e richiede insistente tenacia: col rischio concreto di protrarne la gestazione oltre la durata della presente sindacatura.

E non sarebbe accettabile confidare sul fatto che “il Comune non è interessato a prendersi le strade”: le sole cose che Roma Capitale ha messo per iscritto dicono il contrario. In ogni caso, non si fanno investimenti a sei zeri su una convinzione. Non si legano decine di posti di lavoro ad una probabilità.

Per anni qualcuno si è cullato nella favola che l’Olgiata sarebbe rimasta “chiusa per statuto”, per la sola presenza di magiche paroline in alcune carte di convenzione. Bastava il buon senso ed una semplice lettura dell’atto del 1968 per capire quanto ciò non stesse in piedi: si è dovuti arrivare alle comunicazioni ufficiali, per fare giustizia di tali amenità.

Se fossimo al Punto Zero, non ci sarebbero purtroppo bacchette magiche o tattiche dilatorie risolutive. Non si potrebbe confidare granché sull’immancabile consigliere “con le entrature in Comune”: non siamo più negli anni Settanta e Roma Capitale è una macchina la cui complessità sfugge ai suoi stessi funzionari, come dimostra il recente caso del cosiddetto “Stadio della Roma”. Sottoporre all’amministrazione una proposta politicamente sostenibile di gestione privata di un bene pubblico e farlo approvare dai Consorziati, con il maggior riparo possibile dai soliti contenziosi, è ineludibile. Per articolare tale proposta servirà spirito di squadra e l’umiltà di essere pronti a dare il proprio contributo, tanto da presidenti del C.d.A. come da conduttori di un immobile in locazione. Chiunque saranno, i prossimi amministratori non dovranno chiudersi in un ufficio a maledire gli Olgiatini incompetenti, ma rivolgersi alle tante anime dei residenti, in tutti i modi previsti dal nostro statuto.

Forzarlo, invece, per lasciare le redini a qualche “insostituibile” sarebbe un cattivo inizio. Polarizzare inutilmente la comunità tra amici e nemici, fidati ed infidi porterebbe ad un prevedibile crescendo di avversioni, contenziosi e guerre intestine. 

Proprio quando servirà la massima concordia.

arch. Alessio Fontanesi